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Castrum Inui

Coordinate: 41°34′48.22″N 12°30′40.21″E
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Castrum Inui
L'area archeologica di Castrum Inui
CiviltàLatini, Romani
Utilizzosantuario, insediamento fortificato, approdo portuale
EpocaVI secolo a.C. - VI secolo d.C.
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
Comune Ardea
Scavi
Date scavianni 2000 (campagne principali 2002-2013)
OrganizzazioneSoprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio
ArcheologoFrancesco Di Mario
Mappa di localizzazione
Map

Castrum Inui è un sito archeologico situato alla foce del Fosso dell'Incastro, sulla costa tirrenica del Lazio, in località Le Salzare, nel territorio comunale di Ardea (città metropolitana di Roma Capitale).[1] Il complesso, sepolto per secoli sotto una duna costiera e riportato in luce dagli scavi della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio diretti da Francesco Di Mario, comprende un santuario attivo dal VI secolo a.C., un castrum fortificato di età medio-repubblicana e una statio maritima di età imperiale.[2]

Il ritrovamento delle fortificazioni ha consentito di identificare il sito, con ampio consenso degli studiosi, con il Castrum Inui menzionato da Virgilio nell'Eneide tra le città latine fondate dalla discendenza di Enea.[3] La pubblicazione sistematica degli scavi è avvenuta nel 2018 in un volume dei Monumenti Antichi dei Lincei curato da Mario Torelli ed Elisa Marroni, che ha fatto del santuario uno dei principali casi di studio per la storia religiosa del Lazio antico e per la discussione sui luoghi che la tradizione antica collegava all'approdo di Enea.[4]

Le fonti antiche

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Il toponimo compare nella profezia di Anchise nel VI libro dell'Eneide, dove Castrum Inui è elencato, insieme a Nomentum, Gabii, Fidenae, Collatia, Pometia, Bola e Cora, tra le città che la stirpe albana discesa da Enea avrebbe fondato nel Lazio ("Pometios Castrumque Inui Bolamque Coramque").[5] Il nome deriva da quello del dio Inuo (Inuus), un'oscura divinità laziale nota quasi soltanto attraverso l'erudizione antica.

Le informazioni principali provengono da due autori tardoantichi. Servio, commentando il verso virgiliano, spiega che Inuo è il nome latino del greco Pan, lo assimila a Fauno, Fatuo e Incubo, e ne propone l'etimologia dal verbo inire ("ab ineundo passim cum omnibus animalibus"), con riferimento alla fecondazione.[6] Macrobio, nei Saturnali, identifica anch'egli Inuo con Pan e lo interpreta come ipostasi del Sole e signore della materia universale.[7] Che Pan e Inuo fossero un'unica divinità era già noto a Livio, a proposito dei Lupercali istituiti da Evandro in onore di Pan Liceo, "che i Romani chiamarono Inuo", e ricorre in Arnobio, che associa il dio alla pastorizia.[8]

Un dettaglio del commento serviano ha pesato a lungo sulla localizzazione del sito: Servio identifica erroneamente Castrum Inui con Castrum Novum, la colonia marittima romana dedotta verso il 264 a.C. su terre costiere che Roma aveva confiscato a Caere nel 273 a.C., in Etruria. La stessa identificazione è presupposta da Rutilio Namaziano, che nel De reditu suo menziona, presso la porta urbica di Castrum Novum, un'immagine in pietra del dio cornuto. Una simile collocazione è inconciliabile con il testo virgiliano, che colloca il sito nel Latium antiquum: l'errore si spiega con il fatto che, all'epoca di Servio e Rutilio (IV-V secolo), il vero Castrum Inui sulla costa ardeatina era ormai abbandonato e probabilmente non più visibile.[9]

Un sito chiamato semplicemente Castrum, presso Ardea e Lavinium, è menzionato da Ovidio nel racconto del viaggio che nel 291 a.C. portò il serpente sacro di Esculapio da Epidauro a Roma, e da Silio Italico.[10] Al sito è stato inoltre ricondotto un noto passo di Dionigi di Alicarnasso sul "luogo dello sbarco di Enea": lo storico vi parla di un punto della costa laurentina dove, secondo la tradizione locale, i Troiani appena sbarcati e assetati videro sgorgare miracolosamente delle sorgenti; ai suoi tempi vi si mostravano un poco d'acqua raccolta "in un luogo cavo" sacro al Sole e, accanto, due altari, uno rivolto a oriente e uno a occidente, ritenuti opere troiane, sui quali Enea avrebbe compiuto il primo sacrificio.[11][N 1]

Storia delle ricerche

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Lo studio antiquario del territorio ardeatino ebbe inizio verso la metà del Settecento con Giuseppe Volpi, che si occupò della rupe e della cinta muraria della città. Nel 1794 Carlo Fea documentò la scoperta, nell'area di Campo Iemini (detta nelle carte medievali Campus Veneris), di un complesso da lui identificato con l'Aphrodisium di Ardea: lo scavo, affidato al pittore inglese Robert Fagan, portò alla luce numerose statue, tra cui una Venere di tipo capitolino che Fagan riuscì a inviare a Londra e che si trova oggi al British Museum.[12]

Il sito alla foce del Fosso dell'Incastro giaceva sepolto sotto una duna costiera alta circa 9,5 metri, parte dei cordoni dunari (i cosiddetti "tumuleti") che caratterizzavano il litorale prima delle bonifiche novecentesche e dell'espansione edilizia. L'insediamento antico sorgeva tra il mare e un'area retrodunale depressa, occupata in antico da bacini lacustri salmastri.[1] Le campagne di scavo sistematiche della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, dirette da Francesco Di Mario, si sono svolte nei primi anni Duemila: il rapporto definitivo pubblicato nel 2018 documenta le indagini del 2002-2007,[13] mentre lo studio dei contesti ceramici copre gli scavi condotti fino al 2013.[14]

Un primo esteso rapporto preliminare era stato pubblicato da Di Mario nel 2007; il sito è stato poi al centro del convegno Sacra Nominis Latini (2009) e di una giornata di studi dei Lincei (2013), fino all'edizione definitiva del 2018 nella serie dei Monumenti Antichi.[15] L'eccezionale stato di conservazione delle strutture, dovuto all'abbandono precoce e al seppellimento sotto la duna, che ha impedito occupazioni e spoliazioni medievali e moderne, ne fa uno dei migliori esempi superstiti di architettura sacra del Lazio arcaico e repubblicano.[16]

Il sito archeologico

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L'area finora scavata comprende, nella parte più interna, un'area sacra con due templi (denominati A e B) e un sacello, circondata in età medio-repubblicana da una cinta fortificata rettangolare (il castrum), e, a nord, un ampio complesso di età imperiale identificato come statio maritima, costruito in parte direttamente sopra le mura del castrum.[17]

Il santuario arcaico

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Le più antiche testimonianze consistenti riguardano la prima fase del tempio B: due muri di fondazione paralleli in blocchi sbozzati, rintracciati al di sotto del piano della cella dell'edificio successivo, associati a terrecotte architettoniche con lastre raffiguranti corse di carri del tipo "Veio-Roma-Caprifico", diffuso tra Etruria meridionale e Lazio, che datano la costruzione al 530-520 a.C. La pubblicazione definitiva ha stabilito che si trattava già di un vero edificio templare.[18][N 2] I materiali votivi, che attestano attività votiva già nel secondo quarto del VI secolo a.C., comprendono coppe ioniche, ceramica attica a figure nere (coppe di Siana e dei Piccoli Maestri), ceramica etrusco-corinzia e bucchero.[19] La presenza di scarti di fornace tra i materiali arcaici ha inoltre permesso di riconoscere in Ardea un centro di produzione del bucchero.[20] Allo smontaggio dell'edificio arcaico è associato un rito di chiusura, con l'interramento di un cumulo di tegole della copertura e di un capitello in tufo.[21]

All'inizio del V secolo a.C., tra il 490 e il 480 in base alle terrecotte architettoniche, il tempio B fu interamente ricostruito, con lo stesso orientamento e dimensioni non molto diverse da quelle della fase successiva.[22] A questa fase tardo-arcaica appartiene un ricco apparato decorativo fittile: una scena di Amazzonomachia con almeno cinque figure, tra cui un guerriero e un'amazzone in armatura oplitica,[23] un'antefissa con figura maschile barbata in chitone, interpretata come personaggio che sale su un carro, e due teste di guerriero barbato con elmo a cresta trasversale (lophos) ornato di corna e pelle bovine, elementi molto rari nella coroplastica coeva della penisola, la cui identificazione è discussa.[24]

Il tempio B e gli altari

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Area archeologica Castrum Inui, Tempio B, sacello di Esculapio e are

Nella prima metà del III secolo a.C., datazione che l'edizione definitiva ha precisato su base stratigrafica rispetto al più generico IV-III secolo delle pubblicazioni precedenti, il tempio B fu integralmente ricostruito nella forma in cui è stato rinvenuto: un tempio italico di 22,14 x 16,21 metri su alto podio modanato, con scalinata frontale di cinque gradini, cella centrale e alae laterali.[25][N 3] Il podio, giunto integro, è alto circa 1,55 metri; la cella misura circa 6 x 12 metri. Non si sono conservati rocchi di colonne, e si è ipotizzato che fusti e capitelli fossero lignei.[26]

Davanti al tempio si apre uno spiazzo lastricato in tufo con due altari in peperino, ognuno sopra un proprio basamento rialzato; essi rientrano nella tipologia etrusco-italica documentata anche nel santuario lavinate dei "tredici altari".[27] La loro caratteristica più singolare è l'orientamento divergente: un altare rettangolare segue l'asse del tempio, rivolto, secondo gli scavatori, "verso il punto dove il sole cade in mare", mentre il secondo, in antis, è ruotato di quasi novanta gradi verso oriente.[28][N 4]

Area archeologica Castrum Inui, Tempio A

Di fronte al tempio B, con orientamento opposto (fronte a nord-est), sorge il tempio A, un edificio molto più piccolo (4,79 x 7,67 metri) a cella unica con due colonne in antis su podio. La cronologia dell'impianto oscilla nelle diverse edizioni tra la prima metà del III secolo a.C. e la metà del II secolo a.C.[29][N 5] Nel riempimento della cella sono stati rinvenuti i resti molto frammentari di una struttura a U in blocchi sbozzati con abbondanti tracce di fuoco, interpretata con cautela come focolare o eschara per offerte combuste inglobata nel monumento successivo, e un blocco o cippo squadrato infisso verticalmente, con una "V" incisa sulla faccia superiore[30]

Nel corso del II secolo a.C. l'edificio fu oggetto di ripetuti interventi: un nuovo tetto con antefisse a Potnia theron nella prima parte del secolo, insieme al rifacimento del podio e alla pavimentazione in lastre di tufo dell'area antistante, e un portico colonnato lungo il lato meridionale; nella seconda metà del secolo il podio fu accorciato alla lunghezza attuale, con ricostruzione della scalinata, e il frontone, di tipo semichiuso, ricevette un altorilievo fittile.[30] Dell'altorilievo, ricostruibile con almeno nove figure a un terzo del vero (tre in piedi, quattro assise e due distese agli angoli del timpano), si conserva quasi per intero una lastra con Minerva assisa su una roccia, armata di elmo e scudo, con il gorgoneion sulla spalla.[31] Davanti alla fronte sono collocati un'ara in peperino e, ai margini dell'area lastricata, un thesaurus monumentale in travertino.[32] Nell'interpretazione del culto sono stati valorizzati l'insolito orientamento verso nord, che a Roma contraddistingue i templi dedicati agli imperatori divinizzati, e i caratteri funerari ed eroici del rituale sacrificale.[33]

Il sacello di Esculapio

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Il terzo edificio sacro sorse in età augustea: un piccolo sacello (4,95 x 3,19 metri) addossato al lato meridionale del tempio B, in opera reticolata, con pavimento a mosaico e pareti dipinte. L'attribuzione a Esculapio è assicurata dal rinvenimento, all'interno della cella, di una statua marmorea del dio, di dimensioni inferiori al vero, avvolto nell'himation e appoggiato al bastone con il serpente; al sacello sono riferibili lastre "Campana" raffiguranti Arimaspi nell'atto di abbeverare grifoni, del primo quarto del I secolo d.C.[34] In età giulio-claudia alle sue spalle fu aggiunto un vano rettangolare, riferito ai riti dell'incubatio.[35] Il sacello sorge sopra una cisterna repubblicana a volta a botte perfettamente conservata, che trova confronto puntuale nella cisterna dell'area sacra di Sant'Omobono a Roma.[36] È il solo edificio sacro dell'area il cui culto, stando ai dati stratigrafici, rimase attivo e funzionalmente immutato sino all'abbandono del sito.[37]

In età medio-repubblicana l'area sacra fu racchiusa da una cinta fortificata rettangolare in opera quadrata di blocchi di tufo, di cui è stata rinvenuta anche una porta di accesso rivolta verso il mare; è proprio la scoperta del castrum ad aver permesso l'identificazione del sito con il Castrum Inui della tradizione letteraria.[38] Le datazioni proposte vanno dalla fine del V o prima metà del IV secolo a.C., fondate sul parallelo con il castrum di Ostia, alla prima metà del III secolo a.C., cronologia accolta nell'edizione definitiva.[39]

La fortificazione è stata inserita in un più ampio sistema di presidi costieri realizzato da Roma alle foci dei fiumi del litorale laziale, che comprende il castrum di Ostia e il recinto fortificato del santuario di Sol Indiges alla foce del Numico, scalo portuale lavinate: un programma di presidio della costa tirrenica maturato fra la conquista di Anzio (338 a.C.) e la vigilia della prima guerra punica.[40] Secondo Torelli, che propende per la cronologia alta, i castella costieri sarebbero nati per difendere il litorale dalle incursioni piratesche dei Volsci, venute meno dopo la caduta di Anzio.[41] Ardea era stata dedotta come colonia latina nel 442 a.C. secondo Livio, o nel 434 a.C. secondo Diodoro.[42]

La statio maritima

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Magazzini portuali

In età augustea, in coincidenza con la costruzione del sacello di Esculapio, a nord del santuario fu impiantato un vasto complesso, esteso per circa 55 metri lungo il canale alla foce del fiume, che riutilizzò e in parte obliterò le mura del castrum.[43] Il complesso si articola in tre settori principali: un settore "residenziale" di alto livello sul lato nord-occidentale, organizzato attorno a una vasta sala da banchetto dotata di riscaldamento e affacciata sul mare, ornata al centro da un emblema marmoreo in opus sectile e da pitture a pannelli gialli e rossi di gusto antonino, cui si affianca un articolato complesso termale più volte rimaneggiato; una fila di magazzini (horrea) allineati sul corso d'acqua, chiusi verso il mare da uno o due approdi in opera quadrata di tufo; e un settore di ambienti spogli intorno a un peristilio, riservato verosimilmente agli alloggi del personale di servizio (una sorta di ergastulum).[44] Completano il complesso alcune tabernae addossate alle mura del castrum alle spalle del tempio A, un gruppo di vasche intercomunicanti rivestite in signino, riferite a una fullonica, e una corte aperta di 21 x 25 metri con al centro una grande cisterna a due camere voltate.[45]

Il rinvenimento di bolli laterizi con il nome Ardea suggerisce che il complesso sia stato costruito a spese pubbliche dalla vicina città.[46] Elisa Marroni, che ne ha curato l'edizione, interpreta la struttura come una statio maritima, una stazione di sosta per i traffici costieri di carattere ufficiale o amministrativo, in rapporto con il cursus publicus marittimo, sulla base delle funzioni miste del complesso, della posizione all'incrocio tra rotte marittime e via fluviale verso l'interno e del confronto con l'edificio dei triclini di Moregine, alla foce del Sarno presso Pompei.[47] La stessa studiosa riconosce che l'espressione è un neologismo, non attestato nelle fonti, e la ricostruzione del funzionamento di simili scali ufficiali resta discussa.[46] Da una vasca della fullonica è emersa una statuetta marmorea di Dioscuro, assegnata su base stilistica al periodo compreso tra la seconda metà e la fine del II secolo d.C.: una presenza coerente con il tradizionale patronato dei gemelli divini sulla navigazione.[48]

Trasformazioni e abbandono

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Tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. si registrano i primi segni della cessazione del culto nei templi A e B, le cui strutture furono progressivamente occupate da attività artigianali, metallurgiche e molitorie.[49][N 6] Sul lato nord del tempio B fu addossata una piccola fontana a bacino semicircolare, e nella cella comparvero sepolture, tra cui quelle di due bambini deposti in anfore africane nel III-IV secolo[50] La statio conobbe invece un'importante fase edilizia in età severiana, con un consistente innalzamento dei piani pavimentali, messo in relazione con la risalita delle acque che già danneggiava le strutture;[49] un'epigrafe del 238 d.C. attesta del resto che l'imperatore Massimino fece riparare gli argini a mare della vicina via Severiana, rovinati dal moto ondoso.[51]

Nei contesti ceramici il massimo afflusso di merci si concentra fra I e III secolo d.C.; il tracollo dei traffici portuali si colloca invece dopo la fine del IV-inizi del V secolo, senza che ciò segnasse la fine della frequentazione: arrivi di merci sono attestati ancora nell'ultimo quarto del V secolo.[14] Le monete più recenti rinvenute risalgono alla metà del IV secolo; nel V secolo una ristrutturazione mise fuori uso l'impianto termale, e una sepoltura degli inizi del VI secolo nel praefurnium delle terme costituisce l'ultima traccia di attività umana nel sito.[49]

Le indagini hanno inoltre documentato le cause geomorfologiche della scomparsa dell'insediamento. Un sisma, collocabile forse oltre il V secolo e parallelo a quello ipotizzato per la vicina Lavinium, avrebbe abbattuto o lesionato molte strutture; sopra numerosi pavimenti si sono trovati depositi di conchiglie marine, i muri presentano superfici abrase e solcate dall'erosione, su lacerti di intonaco della seconda metà del II secolo d.C. sono state riconosciute incrostazioni di cirripedi e gran parte delle murature risulta inclinata in modo uniforme di circa 4 gradi. Questi dati suggeriscono che, dopo il IV secolo d.C., movimenti di subsidenza o bradisismo, che Di Mario ipotizza connessi al vulcanismo dei Colli Albani, abbiano abbassato i terreni costieri aprendo la strada all'ingressione del mare, invertita solo in epoca successiva da una riemersione; lo sprofondamento, parziale o totale, dell'insediamento contribuirebbe a spiegare perché se ne fosse persa la memoria.[52]

I culti e il dibattito interpretativo

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L'interpretazione storico-religiosa del santuario è dominata dalla ricostruzione di Mario Torelli, elaborata a partire dal 2011 e sviluppata nell'edizione definitiva del 2018. Torelli identifica il santuario con il "luogo dello sbarco di Enea" descritto da Dionigi di Alicarnasso, riconoscendo nel tempio B il luogo di culto del Sole "presso i due altari" e proponendo di identificare il "luogo cavo" con l'acqua sacra con la cisterna repubblicana.[53] Sulla base del passo di Macrobio e dell'etimologia proposta da Robert von Planta, che derivava Inuus da *in-i-uos, "colui che è dentro", lo studioso interpreta Inuo come divinità solare di carattere ctonio e ancestrale, sinonimica dell'Indiges venerato al Numico, e legge la storia del santuario come una progressiva sovrapposizione della figura di Enea al dio delle origini: il tempio A sarebbe stato dedicato a Enea come Indiges, e l'altorilievo frontonale della seconda metà del II secolo a.C. raffigurerebbe l'apoteosi dell'eroe tra i fiumi Numico e Incastro, alla presenza di Venere e Minerva.[54] Nel volume del 2018 Torelli ha inoltre proposto di attribuire uno dei due sistemi decorativi tardo-arcaici a un tempio gemello del tempio B, non ancora scavato, dedicato a una coppia di divinità infere, e ha identificato con Inuo le teste di guerriero barbato con elmo cornuto, valorizzando il parallelo iconografico con Giunone Sospita e la descrizione di Macrobio.[55]

Questa ricostruzione tocca anche l'identificazione dell'Aphrodisium di Ardea, il santuario di Afrodite ricordato dalle fonti: Francesco Di Mario aveva inizialmente ipotizzato di riconoscerlo nell'area sacra del Fosso dell'Incastro,[56] mentre Torelli, seguendo Giovanni Colonna, lo colloca presso il deposito votivo di località Banditella, a circa 3 chilometri a sud-ovest della città.[57] Se l'ipotesi di Torelli coglie nel segno, l'identificazione di Castrum Inui con il locus Solis Indigetis problematizza inoltre la tradizionale attribuzione a Sol Indiges del santuario alla foce del Numico, porto di Lavinium.[20]

La tesi di Torelli ha incontrato consensi e obiezioni. Seth Bernard, pur giudicando sicura l'identificazione del sito con il Castrum Inui virgiliano e plausibile quella con il luogo descritto da Dionigi, ritiene non convincente il riconoscimento di Enea nell'altorilievo del tempio A, data l'estrema frammentarietà della figura centrale, priva di attributi, e osserva che il culto di Enea divinizzato aveva una componente geografica fortemente legata al Numico e a Lavinium, non ad Ardea.[58] Françoise-Hélène Massa-Pairault ha obiettato che Inuo, dio pastorale assimilato a Pan, non è mai un dio guerriero, il che rende problematica l'identificazione delle teste elmate del tempio B con il dio; la sua controproposta di riconoscervi Turno e Mesenzio è però considerata a sua volta implausibile.[58] Patricia Lulof ha proposto di riconoscere nella testa con pelle bovina l'eroe Memnone, lettura che si scontra con la mancanza di paralleli iconografici puntuali.[59] Lo stesso Bernard propone una lettura alternativa dello sviluppo del santuario: le terrecotte tardo-arcaiche attingerebbero al repertorio dei miti greci della koinè mediterranea (le Amazzoni), e solo tra IV e III secolo a.C., sotto l'impulso dell'espansione romana e in parallelo alla monumentalizzazione dei santuari costieri (la "prima fase romana" del sito), la topografia mitica del litorale laziale si sarebbe progressivamente ridotta alla sola figura di Enea, cosicché all'epoca di Dionigi il santuario poteva ormai essere letto interamente attraverso la lente del viaggio dell'eroe troiano.[60]

Note esplicative

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  1. Nei peripli della costa laziale di Plinio il Vecchio (Naturalis historia, III, 56) e di Pomponio Mela (II, 4, 7) compaiono, in quest'area, il Lucus Solis Indigetis e un Aphrodisium che Plinio segnala come non più esistente ("dein quondam Aphrodisium"). Cfr. Torelli 2011, p. 218.
  2. Nelle edizioni preliminari la struttura era stata interpretata come un sacello o oikos a cella quadrata di circa 6 metri di lato, con lunghezza ipotizzata di circa 10 metri; Torelli 2011, p. 195 ne datava la vita tra il 570-560 e il 480-470 a.C. sulla base dei materiali votivi. Cfr. Di Mario 2014, pp. 219-221.
  3. Gli scavatori descrivono l'edificio come tempio tuscanico in antis con cella e alae; Bernard 2019, p. 564 ritiene la pianta interpretabile piuttosto come quella di un periptero sine postico.
  4. Torelli 2011, p. 202 datava i due altari al IV secolo a.C.; l'edizione definitiva li assegna alla ricostruzione della prima metà del III secolo a.C. (Bernard 2019, pp. 564-565).
  5. La pubblicazione definitiva assegna la costruzione del tempio A alla stessa fase della ricostruzione del tempio B (prima metà del III secolo a.C.: Bernard 2019, p. 565); un'altra lettura del medesimo volume colloca il podio tra il tardo III e la prima metà del II secolo a.C. (Cuyler 2021); le pubblicazioni precedenti dell'edificio proponevano la metà del II secolo a.C. sulla base dello stile della decorazione frontonale (Torelli 2011, p. 203; Di Mario 2014, p. 222).
  6. Le indicazioni sulla fine dei culti dei due templi maggiori oscillano nelle diverse pubblicazioni: secondo Marroni 2016, p. 279 i culti dei due templi si esaurirebbero già entro la fine del I secolo d.C.; per Torelli 2011, p. 192 il culto non era più praticato entro la prima metà del IV secolo.

Note bibliografiche

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  1. 1 2 Di Mario 2014, p. 216.
  2. Torelli 2011, pp. 191-192; Bernard 2019, p. 563.
  3. Di Mario 2014, p. 218; Bernard 2019, pp. 561-562.
  4. Bernard 2019, p. 562; Cuyler 2021.
  5. Virgilio, Eneide, VI, 773-776. Cfr. Torelli 2011, p. 191; Bernard 2019, pp. 561-562.
  6. Servio, ad Aen., VI, 775. Cfr. Torelli 2011, p. 191.
  7. Macrobio, Saturnalia, I, 22, 2-5. Cfr. Torelli 2011, p. 207; il passo è riportato integralmente in Di Mario 2014, p. 218.
  8. Livio, Ab Urbe condita, I, 5, 2; Arnobio, Adversus nationes, III, 23. Cfr. Torelli 2011, p. 208.
  9. Rutilio Namaziano, De reditu suo, I, 227-236. Cfr. Torelli 2011, p. 191; Bernard 2019, p. 566.
  10. Ovidio, Metamorfosi, XV, 727-728; Silio Italico, Punica, VIII, 359. Cfr. Bernard 2019, p. 562; Marroni 2016, pp. 279-280.
  11. Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 55, 1-2. Cfr. Torelli 2011, pp. 205-206.
  12. Di Mario, Ronchi 2018, pp. 15-16.
  13. Bernard 2019, p. 562.
  14. 1 2 Arena 2018, p. 363.
  15. Torelli 2011, p. 192; Bernard 2019, p. 562.
  16. Bernard 2019, p. 567.
  17. Bernard 2019, p. 563.
  18. Bernard 2019, pp. 563-564.
  19. Di Mario 2014, p. 221; Torelli 2011, p. 195.
  20. 1 2 Cuyler 2021.
  21. Di Mario 2014, pp. 221-222.
  22. Bernard 2019, p. 564.
  23. Di Mario 2014, pp. 218-219.
  24. Bernard 2019, p. 568; Di Mario 2014, p. 219.
  25. Bernard 2019, pp. 564-565.
  26. Di Mario 2014, p. 218; Torelli 2011, p. 200.
  27. Torelli 2011, p. 202.
  28. Di Mario 2014, p. 218; Bernard 2019, p. 565.
  29. Bernard 2019, p. 565; Torelli 2011, p. 203; Di Mario 2014, p. 222.
  30. 1 2 Bernard 2019, p. 565.
  31. Di Mario 2014, pp. 222-224.
  32. Di Mario 2014, p. 223; Bernard 2019, p. 565.
  33. Marroni 2016, p. 280.
  34. Di Mario 2014, p. 224; Bernard 2019, p. 565.
  35. Bernard 2019, p. 565; Marroni 2016, p. 279.
  36. Torelli 2011, p. 203.
  37. Marroni 2016, p. 279.
  38. Di Mario 2014, p. 218.
  39. Torelli 2011, pp. 193-194; Di Mario 2014, p. 218; Bernard 2019, p. 565.
  40. Bernard 2019, pp. 565, 572-573; Marroni 2016, pp. 274-275.
  41. Torelli 2011, p. 194.
  42. Livio, IV, 11; Diodoro Siculo, XII, 34. Cfr. Torelli 2011, pp. 193-194.
  43. Marroni 2016, p. 257; Torelli 2011, p. 192.
  44. Marroni 2016, pp. 257-260.
  45. Marroni 2016, p. 260.
  46. 1 2 Bernard 2019, pp. 565-566.
  47. Marroni 2016, pp. 261-262.
  48. Marroni 2016, pp. 262-263.
  49. 1 2 3 Bernard 2019, p. 566.
  50. Bernard 2019, p. 566; Torelli 2011, p. 192; Cuyler 2021.
  51. CIL X, 6811. Cfr. Di Mario 2014, p. 225.
  52. Di Mario 2014, pp. 225-226.
  53. Torelli 2011, pp. 205-207.
  54. Torelli 2011, pp. 207-212, 234; Di Mario 2014, p. 218; Bernard 2019, pp. 567-569.
  55. Bernard 2019, pp. 564, 568.
  56. Di Mario 2007; cfr. Torelli 2011, p. 218.
  57. Torelli 2011, p. 218.
  58. 1 2 Bernard 2019, p. 569.
  59. Bernard 2019, p. 570.
  60. Bernard 2019, pp. 570-573.
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