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Orfeo

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Orfeo
Statua di Orfeo di Gabriel Thomas (1854) esposto al Palazzo del Louvre
Nome orig.Ὀρφεύς (Orphéus)
Lingua orig.Greco antico
Caratteristiche immaginarie
Specieumana
Sessomaschio
Luogo di nascitaTracia
Professionefondatore dell'orfismo, cantore ed argonauta

Orfeo (in greco antico Ὀρφεύς?, Orphéus in latino Orpheus, pronuncia [ˈor.pʰeus]) è un personaggio della mitologia greca. Fu un cantore, argonauta[1][2] e fondatore dell'orfismo.[3][4]

L'etimologia del nome Orfeo (in greco antico Ὀρφεύς?, Orphéus) è complessa e non esiste un'ipotesi univocamente dimostrata. La filologia moderna esamina principalmente due strade:

  • Secondo il linguista Pierre Chantraine, il nome potrebbe derivare dalla radice indoeuropea *orbho- (da cui il latino orbus e il greco ὀρφανός, "orfano"), con il significato di "colui che è privato", in chiaro riferimento al tragico destino che lo vide privato della sposa.[5]
  • Altri studiosi, come Albert Carnoy, lo ricollegano invece al termine ὄρφνη (órphnē), ovvero "oscurità" o "tenebra", associando il nome alla sua celebre discesa nel mondo sotterraneo dei morti.[5]

Figlio di Eagro[1][2][6][7] o di Apollo[6][8] e di Calliope[6][7] oppure di Eagro[9] e di Menippe[9] (in greco antico Μενίππη?, Meníppē) o di Polimnia[10].

Sposò Euridice.[6] Una tradizione alternativa, riportata dal poeta ellenistico Ermesianatte, attribuisce alla sposa il nome di Agriope[11] che potrebbe essere lo stesso personaggio.

Fu il padre di Museo,[12] di una figlia di nome Driope[13](in greco antico Δρυόπη?, Dryópē) e di un figlio di nome Dres[14] (in greco antico Δρῆς?, Drês).

Nel contesto del mito, Orfeo rappresenta la figura dell'artista per eccellenza, capace di incarnare con la potenza del suo canto i valori universali dell'arte. Al contempo, secondo l'analisi del filologo Giulio Guidorizzi, la sua figura assume i tratti tipici dello sciamano, in grado di ammansire la natura selvaggia e di compiere il viaggio rituale dell'anima lungo gli oscuri sentieri della morte.[15] Questo intreccio indissolubile tra l'amore, l'arte e la dimensione misterica è ciò che ha garantito al suo mito una fortuna ininterrotta nei secoli successivi.

Il dono della musica e il potere del canto

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Orfeo circondato dagli animali. Mosaico pavimentale romano, Museo archeologico di Palermo.

Orfeo ricevette in dono da Apollo una lira (o cetra), alla quale volle aggiungere due corde per portarle a un totale di nove, in omaggio alle nove Muse che lo avevano istruito nell'arte poetica. Il suo talento divenne talmente straordinario che il suo canto e la sua musica non solo affascinavano gli esseri umani, ma avevano il potere di ammansire le belve feroci, deviare il corso dei fiumi e persino muovere le rocce e le piante dalle loro radici.[6]

La spedizione degli Argonauti

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Mosaico di Orfeo (II secolo DC) esposto al museo di Rottweil in Germania.

Grazie alla sua fama, Orfeo venne reclutato da Giasone per partecipare alla spedizione degli Argonauti ed il suo ruolo si rivelò di fondamentale importanza strategica per la sopravvivenza dell'equipaggio poiché con la sua musica scandiva il tempo dei rematori, placava le tempeste marine e sedava le liti tra gli eroi a bordo della nave Argo. L'episodio più celebre della spedizione avvenne quando la nave si trovò a passare nei pressi dell'isola delle Sirene e dove Orfeo, intonando una melodia sacra e potente, riuscì a coprire le loro voci ammaliatrici, impedendo così ai compagni di cedere al loro richiamo mortale e salvando l'intera flotta.[1][2]

La perdita di Euridice e la discesa agli Inferi

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Bassorilievo in marmo di epoca romana, copia di originale greco del 410 a.C., che rappresenta Ermes, Euridice e Orfeo. L'opera originale, probabilmente di Alcamene, è andata perduta. Questo bassorilievo, conservato presso il Museo archeologico di Napoli, è tra le testimonianze che attesterebbero l'esito negativo della catabasi di Orfeo già a partire dal V secolo a.C. Qui Orfeo voltatosi verso Euridice, le alza il velo, forse per verificare l'identità della donna e quindi la perde. Secondo l'opinione di Cristopher Riedweg[16] sarebbe infatti evidente che Ermes a questo punto trattenga per un braccio la sposa di Orfeo, che volge quindi il piede destro per tornare indietro.

L'evento centrale del mito di Orfeo è legato alla tragica storia d'amore con la sposa Euridice. Poco tempo dopo le nozze, la ninfa morì improvvisamente a causa del morso di un serpente velenoso calpestato tra l'erba alta[6] e sopraffatto dal dolore, Orfeo decise di tentare un'impresa mai riuscita ad un comune mortale e volle scendere nell'Ade per strappare la moglie alla morte.

Grazie alla potenza ultraterrena del suo canto e al suono della sua lira, Orfeo riuscì a incantare il traghettatore Caronte, a placare il cane Cerbero ed a commuovere gli stessi sovrani degli Inferi, Ade e Persefone. Commosso dalla melodia, Ade (il dio dei morti) acconsentì a liberare Euridice, ma con a un'unica e tassativa condizione, ovvero durante il cammino di risalita verso la luce, Orfeo avrebbe dovuto precedere la sposa senza mai voltarsi a guardarla finché non fossero giunti a destinazione [6] e così il viaggio di risalita si svolse nel silenzio delle tenebre ma, ormai giunto in prossimità della superficie, Orfeo venne assalito dal dubbio (o da un impeto d'amore) e voltatosi per verificare che la moglie lo stesse davvero seguendo, violò il veto divino. Fu così che l'ombra di Euridice (per gli antichi greci non c'era un'anima ma un'ombra) fu risucchiata per sempre nella profondità dell'Ade, lasciando Orfeo nella disperazione.[6][17][18]

La morte di Orfeo

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Orfeo ritratto in un kratēr (κρατήρ) attico a figure rosse risalente al V secolo a.C. e oggi conservato presso il Metropolitan Museum di New York. Orfeo, che siede a sinistra impugnando la lira (λύρα), veste un abito tipicamente greco, a differenza dell'uomo che gli si pone in piedi davanti che invece indossa un costume tracio. Questo particolare, unitamente alla presenza, a destra, della donna che impugna una piccola falce, può rappresentare una delle varianti della sua leggenda che lo vuole missionario greco in Tracia, ucciso lì dalle donne in quanto escludendole dai suoi riti induceva i loro mariti ad abbandonarle.

Secondo la tradizione mitologica, Orfeo fu l'iniziatore e l'inventore dei misteri di Dioniso[6] ma dopo aver perso Euridice per la seconda volta, il cantore sprofondò in un dolore inconsolabile, decidendo di ritirarsi tra le montagne della Tracia e rifiutando per sempre l'amore di qualsiasi altra donna. Inoltre decise di non venerare nessun'altra divinità che non fosse il Sole (che lui identificava con Apollo).[19]

Orfeo ebbe infine una morte violenta poiché, durante un "baccanale", un gruppo di donne tracie (o Menadi), infuriate per essere state rifiutate ed escluse dai suoi riti sacri, lo assalì in preda al furore dionisiaco (ovvero lo stato di estasi distruttiva, dovuto dall'abuso di alcol) ed in preda alla follia lo uccise e lo fece a pezzi.[6] Poi le donne gettarono i suoi resti nel fiume Ebro ma la sua testa, ancora intatta ed attaccata alla lira, continuò a cantare mentre galleggiava verso il mare (ed oltre) e fino a raggiungere l'isola di Lesbo, che da quel momento divenne la patria della poesia lirica. Le Muse, impietosite, raccolsero le sue membra sparse e le seppellirono in Pieria ai piedi del monte Olimpo, dove si dice che gli usignoli cantino più dolcemente che in qualunque altro luogo.[20] Le Muse infine posero la sua cetra nel cielo, dando origine alla costellazione della Lira.[21]

Secondo Pausania quelle donne complottarono per ucciderlo, perché aveva persuaso i loro mariti ad accompagnarlo nei suoi viaggi.[22] Pausania scrive inoltre che Orfeo morì a causa di un fulmine scagliato da Zeus perché aveva rivelato alcuni misteri ad uomini che non li avevano mai sentiti prima.[22][23]

I Misteri dionisiaci e l'influenza orfica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Misteri dionisiaci.

I misteri di Dioniso, di cui Orfeo era considerato l'iniziatore, costituivano un insieme di riti religiosi di tipo misterico incentrati sul raggiungimento dell'estasi (enthousiasmos, letteralmente "l'avere il dio dentro di sé"). A differenza della religione olimpica ufficiale, che prevedeva un netto distacco tra l'essere umano e la divinità, questi culti promettevano agli iniziati la salvezza dell'anima e una vita beata nell'oltretomba.

Il rituale si basava sul superamento temporaneo dei limiti della coscienza e delle convenzioni sociali, ottenuto attraverso danze frenetiche, musiche dal ritmo ipnotico ed il consumo rituale di vino, percepito come veicolo della presenza stessa del dio.

La figura di Orfeo si inserisce in questa tradizione come colui che ne "riformò" o ne strutturò gli aspetti più selvaggi, ovvero, forte della sua esperienza di catabasi (quando cercò di riavere sua moglie dall'Ade), il cantore avrebbe codificato le formule rituali, le purificazioni e le conoscenze esoteriche necessarie per proteggere l'anima nel suo viaggio ultraterreno.[24] Da questo nucleo originario si svilupperà successivamente l'orfismo, un movimento religioso e filosofico più ascetico e strutturato della precedente religione greca.

Lo stesso argomento in dettaglio: Orfismo.

Dalle riforme rituali attribuite ad Orfeo si sviluppò l'orfismo, un movimento religioso e filosofico che si diffuse nel mondo greco a partire dal VI secolo a.C. A differenza del carattere temporaneo ed estatico dei misteri dionisiaci, l'orfismo si strutturò come una vera e propria dottrina di vita basata su testi scritti (i cosiddetti Poemi orfici) e su un rigido codice etico e comportamentale.

I pilastri fondamentali della dottrina orfica includevano:

  • Il dualismo antropologico: L'essere umano era considerato composto da due parti distinte: un corpo mortale, visto come una prigione od una tomba (sōma sēma), ed un'anima divina e immortale.
  • La metempsicosi (o trasmigrazione delle anime): Gli orfici credevano che l'anima fosse condannata a reincarnarsi ciclicamente in corpi umani od animali (la "ruota delle nascite"), per espiare ad una colpa originaria. La purificazione e l'iniziazione ai riti erano l'unico modo per spezzare questo ciclo e permettere all'anima di ritornare tra gli dei.
  • L'ascetismo ed il vegetarianesimo: Per mantenere la purezza rituale ed evitare la contaminazione con l'elemento corporeo, gli iniziati seguivano uno stile di vita rigoroso che vietava i sacrifici di sangue ed il consumo di carne, oltre ad imporre l'uso di abiti bianchi di lino.[25]

Le Lamine Orfiche

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Lo stesso argomento in dettaglio: Lamine orfiche.

Una delle testimonianze archeologiche più straordinarie della pratica orfica è costituita dalle cosiddette "Lamine orfiche in foglia d'oro, rinvenute nelle tombe di numerosi iniziati in varie località della Magna Grecia (come Thurii e Vibo Valentia) e dell'isola di Creta antica.

Questi piccoli reperti contenevano brevi testi scritti in greco antico che fungevano da vero e proprio "passaporto" o guida per l'anima del defunto nel suo viaggio nell'oltretomba. Sulle lamelle erano incise le istruzioni esatte su quale percorso seguire nel regno di Ade (ad esempio, evitare la fonte del Lete, che dona l'oblio ed invece bere alla fonte di Mnemosine, la Memoria) e le formule rituali da pronunciare davanti ai guardiani infernali ed a Persefone per dichiarare la propria origine divina ed ottenere la liberazione eterna.[4]

Il mito di Dioniso Zagreo e l'origine dell'umanità

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Lo stesso argomento in dettaglio: Zagreo.

Il nucleo teologico dell'orfismo, che giustifica il bisogno di purificazione dell'essere umano, risiede nel mito di Zagreo. Secondo i frammenti dei poemi orfici, il piccolo Dioniso venne designato dal padre come suo successore al trono del mondo, ma i Titani, gelosi e istigati da Era (la moglie di Zeus il re degli Olimpi), attirarono il fanciullo con dei giochi, lo rapirono, lo uccisero e ne fecero a pezzi il corpo, divorandone le carni.[26]

Zeus, scoperto il delitto, fulminò i Titani riducendoli in cenere. Da queste ceneri, che contenevano sia la materia ribelle dei Titani sia i resti del corpo divino di Dioniso da loro ingerito, nacque l'umanità. Di conseguenza, secondo la dottrina orfica, ogni essere umano possiede una doppia natura, ovvero una componente corporea e malvagia (derivata dai Titani) ed una componente spirituale, divina e luminosa (derivata da Dioniso), che l'anima ha il dovere di liberare attraverso i riti di purificazione.[25]

La teogonia orfica e l'Uovo cosmico

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Oltre al mito di Zagreo, l'orfismo proponeva una propria cosmogonia che si discostava sensibilmente da quella tradizionale di Esiodo. Secondo i racconti orfici, all'origine del cosmo vi era il Tempo (Chronos), dal quale si generarono l'Etere ed il Caos. Successivamente, il Tempo creò un Uovo cosmico d'argento nelle profondità dello spazio.

Dall'apertura di questo uovo nacque Phanes (detto anche Protogono, cioè "il primogenito"), la divinità splendente della luce e della generazione, che portava in sé i semi di tutte le cose e che diede inizio alla creazione dell'universo visibile. Questa concezione dell'Uovo come nucleo primordiale della vita rappresenta uno dei simboli più celebri e caratteristici del misticismo orfico.[27]

Evoluzione del mito

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Ragazza tracia con la testa di Orfeo (1865), di Gustave Moreau.
«Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "sia finita" e mi voltai»

Il mito di Orfeo nasce forse come mito di fertilità, come è possibile desumere dagli elementi del riscatto della Kore e dello σπαραγμος (sparagmòs) al greco antico "corpo fatto a pezzi") che subisce il corpo di Orfeo, elementi che indicano il riportare la vita sulla terra dopo l'inverno.

La prima attestazione di Orfeo è nel poeta Ibico di Reggio (VI sec a.C.), che parla di Orfeo dal nome famoso.[28] In seguito Eschilo, nella tragedia perduta Le bassaridi, fornisce le prime informazioni attinenti alla catabasi di Orfeo. Importanti anche i riferimenti di Euripide, che in Ifigenia in Aulide e ne Le baccanti rende manifesta la potenza suasoria dell'arte di Orfeo, mentre nell'Alcesti spuntano indizi che portano in direzione di un Orfeo trionfatore. La linea del lieto fine, sconosciuta ai più, non si limita a Euripide, dato che è possibile intuirla anche in Isocrate (Busiride) e in Ermesianatte (Leonzio).[29]

Altri due autori greci che si sono occupati del mito di Orfeo proponendo due diverse versioni di esso sono il filosofo Platone e il poeta Apollonio Rodio.

Nel discorso di Fedro, contenuto nell'opera Simposio, Platone inserisce Orfeo nella schiera dei sofisti, poiché utilizza la parola per persuadere, non per esprimere verità; egli agisce nel campo della doxa, non dell'episteme. Per questa ragione gli viene consegnato dagli dèi degli inferi un phasma di Euridice; inoltre, non può essere annoverato tra la schiera dei veri amanti poiché il suo eros è falso come il suo logos. La sua stessa morte ha carattere antieroico poiché ha voluto sovvertire le leggi divine penetrando vivo nell'Ade, non osando morire per amore. Il phasma di Euridice simboleggia l'inadeguatezza della poesia a rappresentare e conoscere la realtà, conoscenza che può essere conseguita solo tramite le forme superiori dell'eros.[30]

Apollonio Rodio inserisce il personaggio di Orfeo nelle Argonautiche, presentato anche qui come un eroe culturale, fondatore di una setta religiosa. Il ruolo attribuito a Orfeo esprime la visione che del poeta hanno gli alessandrini: attraverso la propria arte, intesa come abile manipolazione della parola, il poeta è in grado di dare ordine alla materia e alla realtà; a tal proposito è emblematico l'episodio nel quale Orfeo riesce a sedare una lite scoppiata tra gli argonauti cantando una personale cosmogonia.

Nell'Alto Medioevo Boezio, nel De consolatione philosophiae, pone Orfeo a emblema dell'uomo che si chiude al trascendente, mentre il suo sguardo, come quello della moglie di Lot, rappresenta l'attaccamento ai beni terreni. Nei secoli successivi, tuttavia, il Medioevo vedrà in Orfeo un'autentica figura Christi, considerando la sua discesa agli Inferi come un'anticipazione di quella del Signore, e il cantore come un trionfante lottatore contro il male e il demonio (così anche più tardi, con El divino Orfeo di Pedro Calderón de la Barca, 1634). Dante lo colloca nel Limbo, nel castello degli "spiriti magni" (Inf. IV. 139).

Nel 1864 compare la prima rivoluzionaria avvisaglia di un tema che sarà caro soprattutto al secolo successivo: il respicere di Orfeo non è più frutto di un destino avverso o di un errore, ma matura da una precisa volontà, ora sua, ora d'Euridice. Nel componimento Euridice a Orfeo del poeta inglese Robert Browning, lei gli urla di voltarsi per abbracciare in quello sguardo l'immensità del tutto, in una empatia tale da rendere superfluo qualsiasi futuro.

Il XX secolo si è appropriato della tesi secondo cui il gesto di Orfeo sarebbe stato volontario. Come è d'uopo, i primi casi non sono italiani. Jean Cocteau, ossessionato da questo mito lungo tutta la propria parabola artistica, nel 1925, diede alle stampe il proprio singolare Orfeo, opera teatrale che è alla base di tutte le rivisitazioni successive. Qui Orfeo capovolge il mito; decide di congiungersi con Euridice tra i morti, perché l'al di qua ha ormai reso impossibile l'amore e la pace. Laggiù non ci sono più rischi. Gli fa eco il connazionale Jean Anouilh, in un'opera pur molto diversa, ma concorde nel vedere la morte come unica via di fuga e di realizzazione del proprio sogno d'amore: si tratta di Eurydice (1941).

Nel dialogo pavesiano L'inconsolabile (Dialoghi con Leucò, 1947), Orfeo si confida con Bacca: trova sé stesso nel Nulla che intravede nel regno dei morti e che lo sgancia da ogni esigenza terrena. Totalmente estraneo alla vita, egli ha compiuto il proprio destino. Euridice, al pari di tutto il resto, non conta più nulla per lui, e non potrebbe che traviarlo da siffatta realizzazione di sé: ha nelle fattezze ormai il gelo della morte che ha conosciuto, e non rappresenta più l'infanzia innocente con cui il poeta l'identificava. Voltarsi diviene un'esigenza ineludibile.

«L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla»

Più cinico, l'Orfeo delineato da Gesualdo Bufalino nel 1986[31] intona, al momento del "respicere", la famosa aria dell'opera di Gluck (Che farò senza Euridice?). La donna così capisce: il gesto era stato premeditato, nell'intenzione di acquisire gloria personale attraverso una (finta) espressione del dolore, in un'esaltazione delle proprie capacità artistiche.

Opere in cui appare o è trattata la sua figura

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Lo stesso argomento in dettaglio: Orfeo (musica).
La morte di Orfeo di Michele Tripisciano a Caltanissetta.

Fumetti, animazione e televisione

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Orfeo della Lira è un personaggio del manga e anime Saint Seiya (I cavalieri dello zodiaco).

Orfeo è figlio di Sogno nei fumetti Sandman scritti da Neil Gaiman.

Nella serie televisiva Kaos viene reinterpretato il personaggio di Orfeo.

Orfeo ed Euridice compaiono nel cortometraggio animato di Francesco Romanelli.

Orfeo (Orpheus) è il Persona iniziale del protagonista del videogioco Shin Megami Tensei: Persona 3, mentre una sua versione al femminile compare nell'edizione Portable in caso di scelta di una protagonista.

Orfeo (Orpheus) compare anche nel videogioco Hades come personaggio secondario, legato ad una questline che, riprendendo il mito greco, coinvolge anche il personaggio di Euridice.

  1. 1 2 3 (EN) Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 885, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  2. 1 2 3 (EN) Argonautiche orfiche, 1264, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  3. Cfr. Vittorio Macchioro, Eraclito: nuovi studi sull'orfismo, Laterza, 1922
  4. 1 2 Kern, Orphicorum Fragmenta, Berlin, 1922.
  5. 1 2 Ezio Pellizer, Orfeo (PDF), in Dizionario Etimologico della Mitologia Greca, 2013, pp. 217. URL consultato il 24 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 28 aprile 2018).
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) Apollodoro, Biblioteca, libro I, 3.2, su topostext.org. URL consultato il 15 giugno 2026.
  7. 1 2 (EN) Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 23, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  8. (EN) Pindaro, Odi Pitiche, IV, 175, su topostext.org. URL consultato il 25 giugno 2026.
  9. 1 2 (EN) Giovanni Tzetzes, Chiliadi, Libro I, 12, su theoi.com. URL consultato il 15 giugno 2026.
  10. Scholia su Apollonio Rodio, Le Argonautiche 1.23
  11. Ermesianatte, frammento 7 Light (citato in Ateneo di Naucrati, Deipnosophisti, XIII, 597a).
  12. (EN) Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, Libro IV, 25.1, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  13. Cfr. Scoli a Teocrito, I, 3/4c.
  14. (EN) Suda, Ὅμηρος, 251, su topostext.org. URL consultato il 25 giugno 2026.
  15. Giulio Guidorizzi, *Il mito greco*, Vol. 1, Mondadori, Milano 2009, p. 77.
  16. Cristopher Riedweg, Orfeo, in Salvatore De Settis (a cura di), Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. 4, Milano-Torino, Il Sole 24 Ore - Einaudi, 2008, p. 1259, SBN TO01712319.
  17. (EN) Virgilio, Georgiche, IV, 453, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  18. (EN) Ovidio, Metamorfosi, 10.40, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  19. Pseudo-Eratostene, Catasterismi, 24
  20. (EN) Ovidio, Metamorfosi, 11.1, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  21. (EN) Igino, De Astronomia, II, 7.4, su topostext.org. URL consultato il 25 giugno 2026.
  22. 1 2 (EN) Pausania il Periegeta, Periegesi della Grecia, Libro IX, 30, 5, su topostext.org. URL consultato il 23 giugno 2026.
  23. Conone, f. 45 (115 Frammenti orfici, nella edizione di Otto Kern).
  24. Cfr. Giorgio Colli, La sapienza greca: 1. Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo, Adelphi, 1977.
  25. 1 2 Cfr. Vittorio Macchioro, Eraclito: nuovi studi sull'orfismo, Laterza, 1922.
  26. Kern, Orphicorum Fragmenta, frammenti 210-220.
  27. Kern, Orphicorum Fragmenta, frammenti 54-70.
  28. S. Jacquemard e J. Brosse, Orfeo o l'iniziazione mistica, traduzione di Dag Tessore, Roma, Borla, 2001, p. 7, ISBN 88-263-1375-X.
  29. A. Rodighiero, Gli autori e i testi, in M. G. Ciani e A. Rodighiero (a cura di), Orfeo. Variazioni sul mito, Venezia, 2004, pp. 136-138, ISBN 88-317-8445-5.
  30. Discorso di Fedro, in Platone, Simposio, 179 E.
  31. Siamo nel racconto Il ritorno di Euridice, ne L'uomo invaso; per questo e tutti gli altri riferimenti cfr. A. Rodighiero, cit., pp. 141 e ss.; per una panoramica dettagliata delle riprese novecentesche della vicenda del cantore tracio cfr. M. di Simone, Amore e morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo e Euridice tra passato e presente, Firenze, 2003, ISBN 88-8415-030-2.
  32. Aa.Vv., Michele Tripisciano, su storiapatriacaltanissetta.it, Caltanissetta, Società Nissena di Storia Patria, Anno VII, n° 12. URL consultato il 22 settembre 2013.
  • Giulio Guidorizzi, Il mito greco, Vol. 1, Milano, Mondadori, 2009. ISBN 978-88-04-58347-9.
  • Otto Kern, Orphicorum Fragmenta, Berlin, Weidmann, 1922.
  • Vittorio Macchioro, Eraclito: nuovi studi sull'orfismo, Bari, Laterza, 1922.
  • Giorgio Colli, La sapienza greca: 1. Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo, Milano, Adelphi, 1977.

Bibliografia critica

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Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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