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Moralismo

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Il moralismo è una filosofia emersa nell'età moderna, che si propone di permeare la società di un determinato insieme di valori morali, generalmente legati ai comportamenti tradizionali, ma anche a principi universalisti quali la giustizia, la libertà e l'uguaglianza.[1]

Veicolato dal puritanesimo del XVII secolo, ha esercitato una forte influenza sulla cultura nordamericana e britannica, interessandosi tanto a questioni private, come la famiglia e la sessualità, quanto a temi di rilevanza pubblica, come il movimento per la temperanza.[2]

Il termine - al di là della sua genesi - può assumere una varietà di significati: è anche usato in senso dispregiativo per descrivere l'atteggiamento di chi è «eccessivamente incline a formulare giudizi morali» oppure di chi esprime tali giudizi in modo illiberale.[3]

Con moralismo in filosofia ci si riferisce alla considerazione della legge morale come superiore ad ogni altra attività umana: com'è, ad esempio, nell'affermato primato della Ragion pratica sull'attività teoretica in Kant o nella filosofia di Fichte denominata "moralismo puro" per intendere che il principio dell'azione è a fondamento e giustificazione di ogni aspetto della vita dell'individuo.[4] In un senso attinente può essere valutata la dottrina del "moralismo assoluto" di Guido Calogero che sostiene che nei rapporti tra gli uomini si impone l'imprescindibile legge morale del dialogo.[5] Oltre che nell'idealismo etico il moralismo appare nella filosofia contemporanea dell'attivismo, dell'energetismo (dottrina morale che fa capo a Friedrich Paulsen, che sostiene che l'uomo debba impegnare tutte le sue energie fisiche e spirituali per essere protagonista della società e della storia del suo tempo) e nella dottrina del moralismo umanistico.[6]

Antropologia culturale

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Moralismo può significare anche una sopravvalutazione della morale, considerata superiore ai principi del diritto o ai valori della religione, come avviene nel pietismo protestante (che per il suo severo rigore morale viene associato al rigorismo) secondo il quale il Vangelo è considerato essere un codice di buoni comportamenti.[7]

Al di fuori della sua genesi religiosa, il fenomeno si estende ad un atteggiamento di eccessivo richiamo alla norma nel suo aspetto formale (legalismo e giuridismo) applicato a giudizi che portano spesso ad una disumanizzazione della morale o ai casi in cui il valore morale della norma giuridica viene identificato con il dettame religioso assunto in maniera acritica.

Nel linguaggio comune, viene solitamente inteso spregiativamente come una degenerazione della morale, usata con eccessiva intransigenza per una severa, talora ipocrita, condanna degli altri.[6]

  1. Gerd Theissen, The Bible and Contemporary Culture, Fortress Press, 2007, p. 147.
  2. Hans-Dieter Klingemann, Dieter Fuchs e Jan Zielonka, Democracy and Political Culture in Eastern Europe, Routledge, 2006.
  3. A. Archer, «The Problem with Moralism», Ratio, vol. 31, n. 3, 2018, pp. 342–350. doi:10.1111/rati.12168.
  4. Guido Calogero, Moralismo, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934.
  5. Luigi Gallo, Guido Calogero. Etica, politica e filosofia estetica nel pensiero dell'esponente del «moralismo assoluto», Atheneum, Firenze 2000
  6. 1 2 Sapere.it, moralismo su Enciclopedia | Sapere.it, su www.sapere.it. URL consultato il 9 luglio 2026 (archiviato dall'url originale il 13 febbraio 2026).
  7. Jean-Louis Bruguès, Dizionario di morale cattolica, Edizioni Studio Domenicano, 1994 p.241

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