Gracchi

I fratelli Gracchi, noti anche semplicemente come i Gracchi, furono due politici della tarda Repubblica romana, esponenti della fazione dei populares: Tiberio Sempronio Gracco (163-132 a.C.) e Gaio Sempronio Gracco (154-121 a.C.). Appartenenti al ramo plebeo della gens Sempronia, furono tribuni della plebe rispettivamente nel 133 a.C. e negli anni 123-122 a.C. Legarono il proprio nome al tentativo di riforma agraria e di riforma sociale che caratterizzò la loro azione politica.[1]
Entrambi morirono uccisi nel corso di scontri politici: la violenta repressione dei loro programmi inaugurò l'uso sistematico della forza nella lotta politica romana e viene tradizionalmente indicata come uno dei punti d'avvio della crisi della Repubblica romana[2] che assunse il carattere di guerre civili alcune generazioni dopo con la guerra civile romana (49-45 a.C.) e la guerra civile romana (44-31 a.C.).
Erano figli di Tiberio Sempronio Gracco, console nel 177 e nel 163 a.C., e di Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, il vincitore della seconda guerra punica; la loro sorella Sempronia andò sposa a Scipione Emiliano.[1]
Contesto storico
[modifica | modifica wikitesto]L'azione dei Gracchi si inserisce nel dibattito sulla cosiddetta questione agraria che attraversò Roma nel II secolo a.C. Secondo la tradizione trasmessa dalle fonti antiche, l'espansione dei grandi possedimenti gestiti con manodopera servile (latifundia) sull'Ager publicus – il demanio pubblico acquisito con le conquiste e di fatto lasciato in uso ai possessori – avrebbe ridotto la piccola proprietà contadina, con conseguente impoverimento e calo della popolazione libera idonea al servizio militare.[3]
La storiografia più recente ha tuttavia ridimensionato questo quadro: gli studi di archeologia di superficie e l'analisi dei dati censuari hanno mostrato che il presunto generale declino della piccola proprietà nel II secolo a.C. è in larga misura una ricostruzione delle fonti antiche più che un dato accertato, e che la stessa percezione di una crisi demografica fu superata già dai censimenti degli anni 120 a.C.[4] Al tempo stesso, poiché buona parte dell'ager publicus soggetto a ridistribuzione era occupato da tempo dagli alleati italici, le riforme contribuirono a deteriorare i rapporti fra Roma e gli alleati, secondo una linea interpretativa che vi vede una delle radici remote della guerra sociale.[4]
Tiberio Gracco
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Eletto tribuno della plebe per il 133 a.C., Tiberio promosse una legge agraria (Lex Sempronia agraria) che ribadiva il limite massimo di possesso dell'ager publicus – fissato in 500 iugeri per cittadino – e affidava a una commissione di tre membri il compito di recuperare le terre eccedenti e ridistribuirle in piccoli lotti ai cittadini poveri.[5][6]
Alla proposta si oppose, ponendo il proprio veto, il collega tribuno Marco Ottavio; Tiberio reagì facendolo deporre dalla carica mediante voto dell'assemblea popolare, atto privo di precedenti, e ottenne così l'approvazione della legge.[7][8] Per finanziare l'assegnazione delle terre Tiberio propose inoltre di destinarvi l'eredità lasciata a Roma dal re Attalo III di Pergamo, iniziativa che fu percepita come un'invasione delle prerogative senatorie in materia di finanze e politica estera.[9]
Quando Tiberio si ricandidò al tribunato per l'anno successivo, i suoi avversari lo accusarono di mirare a un potere personale. Nel giorno delle elezioni, un gruppo di senatori guidato dal pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione assalì Tiberio e i suoi sostenitori sul Campidoglio, uccidendolo insieme a numerosi seguaci.[10][11] La commissione agraria, tuttavia, sopravvisse alla sua morte e proseguì l'attività di assegnazione delle terre, come attestano i cippi di confine recuperati dall'archeologia.[4]
Gaio Gracco
[modifica | modifica wikitesto]Fratello minore di Tiberio, Gaio fu eletto tribuno della plebe per il 123 a.C. e rieletto per il 122 a.C., proponendosi come continuatore del programma del fratello ma con un disegno riformatore assai più ampio, esteso a numerosi settori dell'amministrazione repubblicana.[12] Tra i suoi provvedimenti più rilevanti vi furono una lex frumentaria, che assicurava ai cittadini la vendita del grano a prezzo calmierato; la riorganizzazione dell'appalto delle imposte provinciali e l'attribuzione ai cavalieri del ruolo di giudici nei tribunali permanenti per la concussione; la promozione di opere pubbliche e la deduzione di colonie in Italia e fuori d'Italia, fra cui una sul sito di Cartagine.[13][14]
Particolarmente controversa fu la proposta di estendere la cittadinanza romana agli alleati latini e italici. Contro Gaio il Senato sostenne il tribuno Marco Livio Druso, che rilanciò con proposte ancora più favorevoli al popolo allo scopo di eroderne il consenso.[15] Non rieletto per il 121 a.C. e ormai privo di carica, Gaio si asserragliò con i suoi seguaci sull'Aventino. Il Senato emanò allora per la prima volta il senatus consultum ultimum, con cui incaricò il console Lucio Opimio di intervenire: nell'assalto Gaio trovò la morte – ucciso o, secondo la tradizione, fattosi uccidere dal proprio schiavo – insieme a molti sostenitori, in seguito processati e giustiziati.[16][17]
Conseguenze
[modifica | modifica wikitesto]La gran parte della legislazione graccana non fu abrogata: la commissione agraria continuò a operare fino al 111 a.C., quando una nuova lex agraria rese pienamente private e alienabili le terre già distribuite.[4] Sul piano politico, l'uccisione di Tiberio e poi quella di Gaio introdussero stabilmente la violenza come strumento di lotta interna e fissarono due precedenti destinati a lunga durata: la deposizione di un magistrato da parte dell'assemblea e, soprattutto, il ricorso al senatus consultum ultimum per sospendere di fatto le garanzie dei cittadini.[2] Le istanze di riforma agraria furono in seguito riprese da altri esponenti dei populares, come Gaio Mario e Giulio Cesare.[18]
Cornelia, madre dei Gracchi
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Figura di grande prestigio nella tradizione romana, Cornelia curò personalmente l'educazione dei figli e ne sostenne le ambizioni politiche. A lei è collegato l'aneddoto, tramandato da Valerio Massimo, della matrona che ostentava i propri gioielli: Cornelia avrebbe replicato indicando i figli con le parole «haec ornamenta mea sunt» («questi sono i miei gioielli»).[19] Dopo la morte di entrambi i figli, secondo Plutarco, si ritirò presso Misenum (l'odierna Miseno), dove continuò a ricevere uomini di cultura e a rievocarne con fermezza le imprese.[20]
Fortuna
[modifica | modifica wikitesto]Età antica
[modifica | modifica wikitesto]Già nell'antichità la valutazione dei Gracchi si articolò in una tradizione favorevole e in una ostile. Cicerone modulò il proprio giudizio a seconda dell'uditorio, accostandoli talora ai sediziosi alla maniera di Catilina; in Giovenale è celebre la formula Quis tulerit Gracchos de seditione querentes?, con cui si stigmatizzava l'incoerenza di chi si lamenta della sedizione altrui.[2] Fu soprattutto Plutarco a contribuire, oltre due secoli dopo, a una riabilitazione dei due fratelli come riformatori: nelle Vite parallele ne loda l'eloquenza e li accosta ai re spartani Agide e Cleomene, autori di analoghi tentativi di redistribuzione.[21]
Età moderna
[modifica | modifica wikitesto]In età moderna la vicenda graccana fu a lungo fraintesa. A partire dal trattato di Montesquieu (1734) si diffuse l'idea che la legge agraria mirasse a un generale limite alla proprietà privata, interpretazione che condusse a presentare i Gracchi come precursori di un programma «socialista»; il quadro fu corretto in senso storicamente più accurato solo nel XIX secolo, in particolare da Barthold Georg Niebuhr.[22] Durante la Rivoluzione francese i Gracchi furono assunti a simbolo dell'azione popolare: François-Noël Babeuf adottò il nome di «Gracco», benché il suo programma di abolizione della proprietà privata fosse assai distante dal disegno graccano di privatizzazione di terre già pubbliche.[22] La storiografia contemporanea, accademica e di ispirazione anche marxista, ha riconosciuto la portata riformatrice dei Gracchi, pur respingendone in genere la lettura come «rivoluzionari» o «socialisti» ante litteram.[2][18]
Una ripresa della tradizione antica, di segno negativo, si ebbe con Vittorio Alfieri – pur ammiratore di Plutarco – nelle commedie I pochi e L'antidoto.[senza fonte]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 Tommaso Gnoli, Gracchi, i fratelli, su Enciclopedia dei ragazzi, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015. URL consultato il 6 giugno 2026.
- 1 2 3 4 Mauro Reali, I Gracchi, tra restaurazione e «rivoluzione», su La ricerca, Loescher Editore, 27 febbraio 2014. URL consultato il 6 giugno 2026.
- ↑ A. Longo, Gracchi, Gaio e Tiberio, su Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1960. URL consultato il 6 giugno 2026.
- 1 2 3 4 Roselaar 2010.
- ↑ Plutarco, Tiberio Gracco, 8-9.
- ↑ Appiano, Le guerre civili, I, 9-11.
- ↑ Appiano, Le guerre civili, I, 12.
- ↑ Plutarco, Tiberio Gracco, 10-12.
- ↑ Plutarco, Tiberio Gracco, 14.
- ↑ Plutarco, Tiberio Gracco, 19.
- ↑ Appiano, Le guerre civili, I, 15-16.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 4-5.
- ↑ Appiano, Le guerre civili, I, 21-23.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 5-9.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 8-9.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 13-17.
- ↑ Appiano, Le guerre civili, I, 24-26.
- 1 2 Perelli 1993.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 4 e 19.
- ↑ Plutarco, Gaio Gracco, 19.
- ↑ Plutarco, Tiberio Gracco, 2 e 8.
- 1 2 Ridley 2000, pp. 459-467.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Fonti antiche
- Appiano, Le guerre civili, libro I.
- Plutarco, Vite parallele, Tiberio Gracco; Gaio Gracco.
- Studi
- Luciano Perelli, I Gracchi, collana Profili, Roma, Salerno Editrice, 1993, ISBN 978-88-8402-119-9.
- Ronald T. Ridley, Leges agrariae: myths ancient and modern, in Classical Philology, vol. 95, n. 4, 2000, pp. 459-467, DOI:10.1086/449512, JSTOR 270517.
- (EN) Saskia T. Roselaar, Public land in the Roman Republic: a social and economic history of ager publicus in Italy, 396-89 BC, Oxford, Oxford University Press, 2010, ISBN 978-0-19-957723-1.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- A. Longo, GRACCHI, Gaio e Tiberio, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1960.